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  • by Cristiana Ubaldi
  • 21 Gennaio 2022
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“Il primo vantaggio di questa metodica è quello di ridurre i rischi per le donne di età materna avanzata”. A spiegarlo è la D.ssa Silvia Colamaria, responsabile del trattamento PMA presso il centro GeneraLife di Roma. “Infatti, se una donna di 43 anni affronta un ciclo di Procreazione Medicalmente Assistita e si trasferisce un embrione senza avere nessuna informazione su di esso, il rischio che quell’embrione si impianti e causi l’aborto, in questa fascia di età, è purtroppo intorno a 55-60%. Se invece, prima del transfer, si esegue la diagnosi pre-impianto, è come se si ponesse un filtro ‘a monte’, per non trasferire quegli embrioni incompatibili con la nascita di un bambino sano, che potrebbero o non impiantarsi affatto (e quindi si evitano transfer inutili), o impiantarsi e dar luogo a degli aborti (e così si tutela la donna). Ancora, si evita un rischio di anomalie cromosomiche che altrimenti verrebbero scoperte con l’amniocentesi (ad es. sindrome di Down). La diagnosi pre-impianto, dunque, aumenta l’efficienza del trattamento: con più informazioni disponibili su quell’embrione cresce la possibilità che quel singolo embrione che trasferisco possa diventare un bambino che nasce e si può ridurre il tempo necessario a raggiungere una gravidanza”.

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