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  • by Cristiana Ubaldi
  • 7 Ottobre 2022
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La recettività dell’endometrio (la mucosa che ricopre la cavità interna dell’utero) nelle tecniche di fecondazione assistita ha sicuramente un ruolo fondamentale.

Ma è possibile migliorarla?

“Questa è una domanda che ci rivolgono tante pazienti – afferma la Dr.ssa Silvia Colamaria, responsabile del trattamento PMA presso il centro GeneraLife di Roma – e per poter rispondere bisogna partire dal concetto fondamentale secondo cui, affinché l’embrione possa diventare un bambino che nasce, deve possedere 3 requisiti.

Prima di tutto una competenza allo sviluppo: è quello che grazie alla fecondazione in vitro testiamo, portando la coltura embrionaria fino al 5° giorno, ossia fino allo stadio di blastocisti. Questo ci dà un’indicazione sul fatto che quell’embrione si sappia sviluppare bene. Questa condizione è necessaria, anche se non sufficiente, per portare a termine una gravidanza.

In secondo luogo – prosegue la Dr.ssa Colamaria – una competenza genetica: l’embrione deve avere tutti e 46 i cromosomi in ordine. Questo, purtroppo non si verifica sempre ed è il motivo per cui non tutti gli embrioni sono destinati a diventare un bambino che nasce. Infine l’embrione deve avere una competenza all’impianto: e su questo requisito, per ora, non abbiamo nessun tipo di informazione. Sappiamo, però, che dipende dall’embrione: è quest’ultimo che ha già scritto nel suo patrimonio genetico se si impianterà e se diventerà un bambino che nasce. È un effetto della selezione naturale. Qui – spiega l’esperta – subentra lo studio della recettività endometriale.

Ad oggi ci sono dei test mirati a verificare se l’endometrio è recettivo, ma più che altro questi test servono per decidere il timing giusto per il transfer, in base alla preparazione con progesterone. Non c’è un’evidenza scientifica che dimostri che se si eseguono questi test possono nascere più bambini rispetto a se non si facciano. Ma anche se per ora le prove sono limitate e per lo più contrarie all’utilizzo di questi test di recettività, ciò non deve deprimere la ricerca in un ambito alquanto inesplorato del nostro lavoro”.

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